Le ingenti spese militari sostenute dall’Inghilterra durante la Guerra dei Sette Anni raddoppiarono il debito pubblico: £ 132.000.000 nel 1763 era una cifra astronomica per l’epoca pari a circa 130% del pil nazionale. La Corona inglese ritenne opportuno tassare le colonie d’oltreoceano per ragioni di disparità fiscale: nella seconda metà del settecento, infatti, un cittadino britannico pagava 26 scellini all’anno, contro l’unico scellino versato annualmente da un colono. Inoltre il governo di Londra riteneva che le pesanti perdite subite durante il conflitto fossero da imputare alla difesa delle colonie dai francesi; di conseguenza esse dovevano contribuire al risanamento del deficit finanziario. In questo scenario, la cautela politica dell’Inghilterra si scontrava con le ambizioni espansionistiche dei coloni: le Tredici Colonie desideravano allargare i propri confini verso ovest, a danno dei nativi considerati “selvaggi” e privi di diritto sulla loro terra. Tuttavia, le direttive del governo inglese come il “Proclamation Line” del 1763 impedivano tali manovre verso occidente. E’ evidente che un incremento dell’economia coloniale, derivante alla scoperta di nuove risorse, avrebbe reso i sudditi d’oltreoceano troppo potenti e autonomi. Molti storici ritengono che questo contesto storico fu tra le cause principali della Rivoluzione Americana.
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